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| La fiaccola Olimpica accende il razzo Cina |
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| Scritto da Marco Giaconi | |
| venerdì 28 novembre 2008 | |
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Le Olimpiadi di Pechino dell'agosto 2008 sono state un evento di nation brandingi, di “creazione del marchio” di un Paese di proporzioni planetarie. Sul piano economico, malgrado il tradizionale stallo negli indici macro-economici che segue ogni Olimpiadeii, la Cina, si è mantenuta, in agosto, in posizione di surplus commerciale (28,7 miliardi di dollari), con una leggera caduta della produzione (1,8%), accompagnata, però, da una riduzione nell'inflazione da prezzi (2%) e da una crescita significativa delle esportazioni che ha garantito un'immissione di nuova liquidità nell'economia cineseiii. La crescita di quest'economia cinese, secondo la comunità degli analisti, dovrebbe proseguire (mantenendosi su una media del +9%), anche se vi sono fattori di criticità che, successivi alle Olimpiadi e connessi in qualche modo ad esse, potranno determinare una caduta dei consumi: l'incremento dei prezzi al dettaglio, la caduta dei prezzi immobiliari, una contrazione dei crediti al consumo saranno tutti elementi che potrebbero ridurre il tasso di crescita dell'economia cinese per tutto il 2008iv. Per quel che riguarda il rapporto tra import ed export, nonostante l'aumento, rispetto alla prima metà del 2007, delle esportazioni (+21,8%), questo rappresenta il dato più basso del 5,8% rispetto a quello dell'anno precedente. Al contrario, le importazioni cinesi sono aumentate (+30,6%) rispetto all'anno precedente. Questa combinazione ha generato un attivo commerciale minore dell'11,8% rispetto all'anno precedentev. Le principali cause della contrazione dell'avanzo sono da ricondurre alla riduzione delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti (primo mercato estero di Pechino), ad un aumento dello yuan in rapporto al dollaro statunitense ed alla caduta delle esportazioni di acciaio. Le Olimpiadi 2008 hanno con sentito alla Cina la fusione tra fattori geopolitici diversi ma tutti egualmente importanti: una nuova immagine del potere cinese, l'affermazione di Pechino, visibile e simbolica come Paese leader a livello globale, la struttura del messaggio politico, che la dirigenza del Partito Comunista Cinese ha voluto lanciare alla comunità internazionale e, infine, la fusione tra soft power e progetto geoeconomico di Pechino. Il primo paragone che viene in mente è quello del Giappone postbellico, in cui si fusero orgoglio nazionale, mito del samurai, cultura imprenditoriale e fusione tra tradizione imperiale e cultura dell'occidentevi. Ma il Giappone aveva subito una rapidissima occidentalizzazione in presenza di una classe dirigente ancora fortemente impregnata di cultura tradizionale, mentre la Cina aveva fatto esperienza di una rivoluzione comunista e di successivi tentativi di decollo economico autarchico (il Grande balzo in Avanti dal 1958 al 1960) e la successiva Assemblea del Settemila del 1962, dove Liu Shaoqi affermò che il conseguente disastro economico era "il 30% causa naturale e il70% colpa degli uomini". Fu per riprendersi il Partito che Mao Zedong dette il via alla "Grande Rivoluzione Culturale e Proletaria" all'inizio del 1966, che rappresentò la sistematica distruzione della élitevii cinese. Quindi, il modello di nation branding cinese non può ricollegarsi, di fatto, alla tradizione e alla continuità delle classi dirigenti, anche se metamorfizzate nel Partito Unico. Oggi la "politica dell'immagine" globale cinese tende ad annullare la percezione del "pericolo giallo", che rappresenta un elemento di regionalizzazione in Asia e di chiusura degli spazi economici che sarebbero esiziali per la dirigenza di Pechinoviii. Sul piano simbolico, il primo elemento del soft power cinese è la cultura. La tradizione dell"'Impero di mezzo" è ancora un tramite di influenza significativoix. Si tratta di "prodotti" della cultura popolare, che entrano nel sistema commerciale globale. Cinema, libri, prodotti televisivi, oggetti d'arte, libri che raggiungono una media di valore per le esportazioni di quattro miliardi di yuan/anno circa, mentre gli "Istituti Confucio" sono ormai diffusi in 50 Paesix. Nel quadro del soft power di Pechino, vi è anche l'immagine della stabilità politica e del welfare della popolazione cinese, che rendono possibile, nel Paese, la considerazione di piani di investimento estero a medio-lungo termine. Ma il rapporto tra crescita stabile e immagine esterna della Cina, tra hard power e soft power, può essere messo in crisi da alcuni trend di lungo periodo che possono deformare sia il sistema economico che l'immagine esterna di Pechino: l'invecchiamento della popolazione, che destruttura il welfarexi, l'aumento del divario economico tra città e campagnaxii, già tematizzato dalla "Rivoluzione Culturale", la generale insofferenza verso la corruzione dei politici e degli amministratorixiii, la crisi ambientalexiv, l'aumento rilevante della disoccupazione, sia nelle città sia nelle campagnexv. Tutto questo può favorire le tendenze, già presenti nella cultura politica cinese sia in alcuni settori del PCC che nelle masse rurali e urbane, a proiettare queste tensioni in un modello di "nazionalismo postmoderno" , indirizzato verso il Giappone e gli Stati Uniti in primo luogoxvi. Le Olimpiadi del 2008 da poco terminate sono state un elemento chiave per modificare questa percezione interna delle criticità del sistema cinese e trasformare, nello spirito olimpico, il nazionalismo cinese in una ideologia dell ' “armonia tra le nazioni” e della tradizionale, maoista, polemica del PCC contro l' “egemonismo” in campo geopolitico. Infatti, subito dopo le Olimpiadi, i sondaggi hanno rilevato che oltre l'80% della popolazione cinese ha una percezione positiva sia del proprio Paese che del suo andamento economico e, tra le 24 nazioni esaminate, la Cina è risultata prima in entrambe le categorie “economia percepita+immagine”xvii. Le Olimpiadi hanno “mostrato”, dunque, una immagine armoniosa della Cina sia all'estero che all'interno. Le Olimpiadi cinesi hanno soprattutto stabilito, sia per la pubblica opinione interna che per il resto del mondo, il punto-chiave che la dirigenza del PCC voleva veicolare con i Giochi di Pechino: l'ascesa della Cina al rango di superpotenza globale. Questo rappresenta il migliore rendimento possibile ottenibile dall'investimento di 43 miliardi di dollari effettuato per la preparazione dei giochi. Ma la finalità delle Olimpiadi di Pechino, per la dirigenza del PCC, non era quella, come hanno superficialmente notato alcuni media, di "fare affari e richiamare turisti", bensì quello di ricostruire una identità cinese contemporanea, successiva alla fase maoista e a quella delle “Quattro Modernizzazioni” di Deng Xiaoping. Con quest'evento la Cina ha imparato a “battere l'Occidente sul suo terreno”xviii. L'elemento di criticità futura, sul piano della comunicazione politica, delle élitesxix con la nuova fierezza del patriottismo economico cinese che, attraverso la crescita del PIL, usata come strumento di strategia globale, costruisca la posizione di leadership di Pechino a livello mondiale. del PCC sarà, allora, incentivare una nuova identità cinese in cui si mescolino le “tre armonie” teorizzate da Hu Jintao L'armonia di questa identità, rispetto al resto del mondo, è fondamentale per la continuità della crescita e per il superamento delle tradizionali arretratezze sociali ed economiche cinesi, acuite dalla lunga crisi che va dal “Grande balzo in Avanti” fino alla “Rivoluzione Culturale”. Le preparazioni delle Olimpiadi sono state l'ideale per la dirigenza del PCC nell'impostazione di una trasformazione senza precedenti della società e dell'economia cinesi. Il nesso tra preparazione dei Giochi e ritorno al Confucianesimo ha permesso l'accettazione di misure impopolari in economia, ha rafforzato il prestigio del Partito ed ha stimolato un sentimento interclassista di fierezza nazionale. Oggi, terminati i Giochi, il PCC potrebbe ritrovarsi a dover riconoscere un limitato dissenso sociale, fino ad ora oscurato dalla preparazione del Grande Evento. L'aumento dei costi di produzione, l'inevitabile assimilazione dell'economia cinese con quella globale (e i suoi valori) e la crisi ecologica potrebbero riaffiorare. Questa situazione potrebbe essere gestita dal PCC nella stessa maniera con cui ha gestito l'entrata dei "capitalisti" nel Partito: con una lentezza marcata da momenti di decisionismoxx. E la questione tibetana, se da un lato ha macchiato l'immagine della Cina in quei giorni, ha anche rafforzato, nella popolazione cinese, la narrazione identitaria dell'etnia Han e il sentimento dell'unità e della dignità della Patriaxxi. La dirigenza del PCC ha percepito, dal sostegno antitibetano del popolo cinese nei giorni delle Olimpiadi, che occorreva una risposta da “mano di ferro in guanto di velluto” contro le manifestazioni di Lhasa che sono state lette, anche, come una "minaccia alla sovranità nazionale" cinese da parte di potenze vicine (India) e lontane (Stati Uniti)xxii. Una minaccia, in sostanza, alla “Ascesa pacifica” della Repubblica Popolare Cinese, asse propagandistico ma reale del PCC in questi anni, che durerà fino a quando la crescita economica avrà depotenziato le criticità strutturali della società e dell'economia cinese, per poi metamorfizzarsi in una egemonia di Pechino in Asia che, secondo gli strateghi cinesi, dovrebbe eguagliare, se non superare, quella che ha caratterizzato gli Stati Uniti, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi ed oltrexxiii. iRaymond Miller (ed.) Globalization adn Identity, Oxford University Press, 2006. Per gli indici di “nation branding”, cfr. l'Anholt Nation Brands Index al sito www.earthspeak.com iiFinora, le Olimpiadi avevano causato un sistematico rallentamento della crescita del PIL: a Los Angeles 1984 -3,1%, a Sydney 2000 -1,1%, ad Athene 2004 +0,1%, Cfr. Kevin Voigt, Post Olympic Blues? In “A Pllus+” August 2008 iiiAFP, China inflation drops as trade surplus hits record high, 10.09.2008, in www.afp.google.com ivCfr. The Tokio foundation, China's post Olympics Economy, Takashio Sakiyama, September 2008. vDati elaborati da quelli presenti nelle analisi della People's bank of China, www.pbc.gov.cn viPer studiare la trasformazione simbolica della cultura tradizionale giapponese dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, cfr. in particolare Ruth Benedict, The Chrysantenum and hte Sword, patterns of japanese culture, Mariner Books, 1989 viiAnn F. Thurston, Victism of China's Cultural Revolution. The invisible wounds,in “Pacific Affairs”, University of British Columbia1984. Per il nesso tra “culto della personalità” di Mao e distribuzione delle classi dirigenti cinesi, cfr. Simon Leys, Les Habitus neufs du Président Mao, Paris, Champ Libre, 1971. viiiJoshua Kurlantzic, Charm offensive: How China's Soft Poweris transforming the World, Yale University Press, 2008. ixYang Ying, China's Soft Power and its national image, Thesis, Social Sciences Institute, Singapore, 2007. xPeople's Daily, Can culture be China's next export?, 29 december 2006. xiRobert Stowe England, Aging China: the demographic challenge to China's economic prospects, Praegere; Westport, 2005. xiiV. Ann Pei, China's rural-urban income gap grows, largest in 30 years, Sept. 2008, Radio Free Asia, www.rfa.org. xiiiMinxin Pei, Corruption threatens China's Future, Carnegie Endowment For international Peace, Policy Brief n. 55, 2007. xivAndreas Lorenz, China's environmental suicide: a government minister speaks, www.opendemocracy.net, 2005. xvJohn Knight at alii, How high is urban unenployment in Urban China? University of Oxford and Ojuta University in Japan, 2004. xviSusan Shirk, china: fragile superpower, how China internal politics could derail its peaceful rise, Oxford University Press USA, 2007. xviiV. Pew Research Center, www.pewresearch.org area search. xviiiMary Kay Magistad, China's Olympic Run,YaleGlobal, 27 August 2008. xixSono “he-ping”, “he-jie” ed “he-xie”. Ovvero: cercare la pace nel mondo, la riconciliazione con Taiwan e l'armonia della società cinese. Sulla tematica della “Tripla Armonia” di HU Jintao, v. Willi Lam, Hu Jintao's Theory of the “Three Armonies”, China Brief, Colume 6, issue I, January 2006, The Jamestown Foundation. xxV. Joseph Kahn, To survive, China's Communist Party opens to capitalists, The New York Times, 4 Novembre 2002. xxiV. Peter Hessler, Tibet through chinese eyes, in “The Atlantic”, February 1999. Per la geopolitica del rapporto tra Tibet e Cina, v. Marco Giaconi, Tibet, anello centrale della “Grande Cina”, “L'Ircocervo, rivista delle libertà”, Primavera-Estate 2008. xxiiSi vedano i “lanci” dell'Agenzia Xinhua di questi giorni. xxiiiPhillip Saunders, China's Global Activism: Strategy, Drivers and Tools, Institute for National Strategic Studies, National Defense University, Washington D.C. October 2006. |
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| Ultimo aggiornamento ( sabato 20 dicembre 2008 ) |