Attacco all'Iran
Scritto da Marco Giaconi   
venerd́ 08 agosto 2008

ImageQuale reazione per contrastare, o misurarsi, con l’Iran nucleare? Vediamo. Ma intanto, occorre chiedersi perché la Repubblica Islamica di Teheran si doti del nucleare, sia civile che militare. 

In primo luogo, l’Iran vuole stabilizzare con il nucleare lo status di potenza regionale determinante nell’area del Golfo Persico. L’Iraq è in una lunga fase di stabilizzazione, dalla quale uscirà, tra qualche anno, come il pivot geopolitico degli USA nel quadrante tra il Mar Rosso e il Golfo Persico, e sarà a quel momento capace di monitorare e limitare le operazioni, commerciali e militari, di Teheran nel Golfo.

Quale reazione per contrastare, o misurarsi, con l’Iran nucleare? Vediamo. Ma intanto, occorre chiedersi perché la Repubblica Islamica di Teheran si doti del nucleare, sia civile che militare. 

In primo luogo, l’Iran vuole stabilizzare con il nucleare lo status di potenza regionale determinante nell’area del Golfo Persico. L’Iraq è in una lunga fase di stabilizzazione, dalla quale uscirà, tra qualche anno, come il pivot geopolitico degli USA nel quadrante tra il Mar Rosso e il Golfo Persico, e sarà a quel momento capace di monitorare e limitare le operazioni, commerciali e militari, di Teheran nel Golfo.

In Afghanistan, le forze ISAF hanno limitato e talvolta distrutto la minaccia alla Repubblica sciita portata dai Taliban salafiti il cui progetto sarebbe stato, se avessero vinto, di minacciare i confini orientali di Teheran e ridurre la proiezione strategica dell’Iran verso Oriente, che è la chiave della geopolitica di Teheran oggi.

Il Kuwait e gli Emirati del Golfo sono, come la Germania prima della fine della guerra fredda, “nani politici” e giganti economici. Non hanno la possibilità di reagire militarmente, e comunque la presenza degli USA in Iraq e in Afghanistan indebolisce molto il loro linkage con Washington, che non può accollarsi ulteriori operazioni militari nell’area del Golfo Persico.

Nel quadrante del Medio Oriente, la linea geopolitica di Teheran si complica. L’area sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese è spaccata in due, e il West Bank (Giudea e Samaria) non è capace di contrastare lo Stato Ebraico, letto da Teheran come l’unico asset credibile dell’Occidente nell’area, ma non è certamente una sponda a supporto per eventuali operazioni militari di Tel Aviv in quel quadrante.

La Striscia di Gaza è sotto il controllo di HAMAS, che per Teheran ha il ruolo di gestore delle tensioni antiebraiche di tutta l’area del Sinai e che potrebbe utilizzare il sostegno alla guerra antiebraica provenienti dalla penisola arabica e, da questa, dal Golfo Persico.

Per non parlare della rilevante rete di HAMAS nella West bank, che potrebbe trasformare una “pace armata” dell’ANP con Israele in una guerriglia sul modello della battaglia di Karameh, il mito fondativi di Al Fatah.

Il Libano, indipendentemente dal controllo della Siria sul suo territorio, è geograficamente difficile da controllare da parte di Israele, le cui operazioni da terra potrebbero essere ancora meno facili di quelle che hanno caratterizzato gli scontri del Luglio 2006, e quelle dall’aria non rilevanti per distruggere la rete di Hezb’ollah, come peraltro è stato anch’esso dimostrato dalle operazioni del 2006.

Quindi, Israele è tenuto in una tenaglia da Nord a Sud, con il fianco orientale dei Territori ANP non strategicamente risolutivo per Tel Aviv.

In questo contesto, la minaccia della bomba atomica contro Israele serve sia a minacciare realmente la stessa sopravvivenza dello Stato Ebraico, ma anche, e per ora soprattutto, a moltiplicare la forza di condizionamento su Tel Aviv di tutti i paesi arabi circostanti.

Si noti inoltre che l’Unione Europea non è un asset strategico credibile, né per Israele né per gli Stati arabi circostanti. Finora, l’UE ha pensato la sua politica di Sicurezza e Difesa come una operazione di sostituzione positiva della minaccia da terra classicamente portata dal Patto di Varsavia. L’UE si legge come un sostituto pacifista e integratorio della massa eurasiatica, e non ha una reale politica per quel che riguarda il Mediterraneo Orientale.

La questione dei “due popoli due stati”, sviluppata dopo la Conferenza di Madrid del 2002 dal “Quartetto” formato da ONU, UE, Federazione Russa, USA è ormai obsoleta, e questo l’Iran mostra di saperlo bene.

“Due popoli due stati” oggi non vuol dire più nulla. Israele non è uno Stato monopopolare, visto che offre cittadinanza a una minoranza araba, che rappresenta circa il 20% dei cittadini di Tel Aviv. Per non parlare dei Drusi, che possono servire nell’esercito di Tel Aviv e dei beduini, che peraltro compongono un battaglione, il “Givati”, dell’IDF di Tel Aviv, e che pur in una situazione recente di tensione con le autorità israeliane, temono il purismo islamico wahabita che li ha sterminati e poi marginalizzati nel Negev.

L’ANP non è uno Stato, visto che, da un lato, non esiste un “popolo palestinese” come tale, ma esistono popolazioni che, dalla fine del Mandato Britannico, sono state raccolte e gestite in campi profughi e in territori sotto sovranità giordana, siriana, libanese o egiziana.

Poi, l’ANP è ormai uno stato in cui si contendono due forze politiche, fatah e HAMAS, e quindi occorre prima decidere, se si parla di uno “Stato palestinese”, di quale delle due si vuole trattare.

La Siria, centro strategico occidentale dell’Iran, non ha evidentemente intenzione di passare all’azione sulle alture del Golan, ma circonda lo Stato Ebraico dal Libano.

L’UE, inoltre, ha una logica geoeconomica nelle sue relazioni internazionali, e quindi è massimamente sensibile alla pressione petrolifera e comunque economica della Repubblica Islamica di Teheran, che si organizza con le altre potenze dell’OPEC sia sul piano della gestione dei “fuori quota” petroliferi che delle sanzioni, dirette o indirette, verso gli Stati occidentali.

Gli USA sono in una fase di tensione in Afghanistan e in Iraq, e non hanno alcuna intenzione di aprire un nuovo fronte in Iran.

Fin qui, abbiamo visto gli asset strategici favorevoli a Teheran.

Ma perché, in ogni caso, Teheran cerca la bomba atomica e si sta nuclearizzando? Per molte ragioni:

  1. per massimizzare la vendita del suo petrolio in ambito OPEC e comprimere al massimo il suo mercato interno, peraltro fortemente sussidiato dallo Stato,

  2. per coprire un vuoto di potere nell’area nel momento in cui gli USA sono occupati in Iraq e Afghanistan e gli stati arabi del Golfo subiscono una minaccia stabile da parte del jihad,

  3. per controllare in modo definitivo il Golfo Persico e quindi determinare il futuro di Arabia Saudita (Riyadh è vicina al Golfo) Oman, fino al Pakistan con Karachi. La bomba atomica iraniana diverrebbe sovrana di tutto il mondo arabo e islamico allargato fino al Pakistan e all’India del Nord.

  4. Per gestire direttamente il nesso tra l’Iran e il Mediterraneo, con la proiezione strategica delle armi nucleari di Teheran dalla Siria verso Cipro, la Turchia e la Grecia. Si ricordi che Ahmadinedjad, nella sua breve ma complessa vita, ha molto operato in Anatolia e nella Turchia mediterranea.

  5. Per eliminare Israele e quindi sigillare, secondo gli strateghi di Teheran, tutta l’area nei confronti sia degli USA che dell’UE.

  6. Per gestire quindi, per così dire, una “posizione di attacco” dell’OPEC nei confronti dei paesi occidentali consumatori di petrolio che, nel contesto di una stabile diminuzione del numero e della produttività dei pozzi mediorientali, si troverebbero a finanziare, con la somma della scarsità petrolifera e della minaccia strategica, una rapidissima e rilevante crescita economica dell’Iran e dei suoi satelliti, in pochi anni, a spese dell’occidente. E’ una politica che l’Arabia Saudita, la cui finanza è già grandemente internazionalizzata, non vuole e non può fare.

Quindi, come gestire la minaccia nucleare iraniana? Elenchiamo qui alcune proposte generali:

    1. Non importa che l’Iran faccia o non faccia la “bomba” vera e propria. E’ una questione di lana caprina. L’Iran ha già, come tutti i Paesi che hanno una struttura nucleare civile in fase di sviluppo, la possibilità di costruire una o più bombe “sporche”, che saranno magari primitive sul piano tecnologico, ma fanno male lo stesso. E soprattutto malissimo farebbero a Israele, area densamente popolata, circondata ormai da nemici sempre più armati e organizzati, senza alcuna area di riserva strategica, en ormai ridotto a una dimensione da cantone svizzero. La dissennata politica del “land for peace” ha ridotto Israele alla dimensione geopolitica dei suoi nemici, creato punti di penetrazione strategicamente importanti in territorio israeliano (l’area a sud del Litani, i confini nord della Striscia di Gaza, il tratto confinario tra Territori e Giordano) e infine ha annullato la capacità di assorbimento del primo urto delle forze nemiche, che è stato essenziale nella tattica di Tel Aviv sia nella “guerra dei sei giorni” che in quella dello Yom Kippur.lanciare una bomba” sporca” in aree densamente popolate come quelle israeliane, circondate da nemici sempre meglio organizzati e armati, è come lanciarne una tecnologicamente evoluta.

    2. L’azione tipo “Osirak”del 1981 (Operazione Opera) da parte di Israele è ragionevole, ma probabilmente non risolutiva, a meno di non poter contare assolutamente su una trasformazione radicale del panorama politico di Teheran. I centri nucleari iraniani sono molti, diversamente da quello sviluppato, su tecnologia francese, da Saddam Hussein, e un solo raid aereo non potrebbe certo bastare. E se i raid si susseguissero, vi sarebbero comunque i tempi tecnici, per l’Iran, di contrattaccare con largo margine di successo su Tel Aviv.

Image

Siti nucleari iraniani da www.cns.miis.edu

Image

Siti correlati a strutture missilistiche in Iran,da www.fas.org

    1. la destabilizzazione decisa dalla presidenza Bush con la sua recente PD che legittima operazioni di penetrazione-sovversione tra le minoranze baluchi, curde, azere, turamene e georgiane può sovrapporsi ad azioni similari già azionate dai paesi maggiormente interessati a direzionare contro Teheran queste minoranze, e può non portare ad una trasformazione essenziale dello standing iraniano sulle armi nucleari, che si trovano in aree sicurizzate e largamente estranee alle minoranze etnico-religiose dell’Iran sciita e indoeuropeo.

Image

Minoranze etniche in Iran, da www.wikipedia.org

    1. L’Unione Europea viaggia già in direzione diversa da quella degli USA, e comunque nessuno dei due attori ha la capacità di retaliation nucleare o convenzionale su teheran se l’Iran lanciasse la bomba su Tel Aviv, e in ogni caso tutte le fonti OSINT sono d’accordo nel rilevare contrasti tra l’intelligence israeliana e quella USA riguardo alle capacità nucleari dell’Iran

    2. Inoltre, anche la questione delle potenzialità nucleari iraniane è di lana caprina. La vera domanda è: se e quando le avrà, come le userà? Non riteniamo che l’Iran, Paese passato alla Repubblica Islamica nell’arco finale della guerra fredda, intenda usare l’arma atomica come la usavano la NATO e il Patto di Varsavia nei momenti “caldi” del secondo dopoguerra. L’arma atomica di Teheran non è una minaccia, ma uno strumento, e uno strumento che può servire sia se non lanciato che se proiettato sugli obiettivi strategici prescelti. L’Iran userà la bomba, a qualsiasi livello di raffinatezza tecnologica potrà trovarsi, se: a) subirà minacce significative sullo stretto di Hormuz, b) verificherà una pressione rilevante di carattere convenzionale ai suoi confini meridionali e occidentali, c) se dovrà bloccare una minaccia credibile da parte dei paesi del Mediterraneo occidentale.

    3. Quindi, cosa fare? Una pressione seria di carattere militare, con una distruzione simultanea dei siti nucleari più evoluti, potrebbe servire se ci sarà, da parte di chi compirà l’operazione, un sostegno certo, non solo politico ma militare e operativo e di intelligence da parte di USA e, in seconda istanza, dell’UE. Variabile essenziale: la Federazione Russa e la olitica economica della Cina.

    4. Se la Federazione Russa fosse indotta, da una nuova configurazione OPEC, a allentare I suoi legami tecnologici e politici con l’Iran, questo elemento potrebbe piortare all’isolamento funzionale di Teheran. Se la Cina fosse convinta a non espandere la sua presenza nei sistemi petroliferi iraniani, anche questo farebbe cambiare I dati dell’equazione strategica.

    5. Se infine il nucleare iraniano fosse gestito da una struttura regionale in cui convivessero Paesi come la Turchia, I Paesi del Golfo, l’Egitto (che ha un programma nucleare civile di antica data e che è stato recentemente riattivato) e Osservatori come la UE, insieme ad altri Paesi interessati, il potenziale bellico del sistema nucleare di Teheran potrebbe essere largamente disattivato e permettere una crescita economica significativa del Medio Oriente, in cui la stessa strategia globale israeliana potrebbe rinnovarsi. Ma di questo parleremo in seguito.

Ultimo aggiornamento ( luned́ 18 agosto 2008 )