La Guerra in Georgia e Ossetia del Sud
Scritto da Marco Giaconi   
luned́ 18 agosto 2008

ImagePer la geopolitica attuale della Federazione Russa, tutto l’arco regionale di crisi caucasica deve essere letto in un contesto unitario: il Nagorno Karabakh, l’Ossetia meridionale e settentrionale, l’Abkhazia e, naturalmente, la Cecenia fanno parte di una struttura regionale nella quale la Georgia, fin dalla sua indipendenza, è stata vista da Mosca come un elemento di deformazione strutturale degli interessi russi. 

Ha poco senso, se non sul piano strettamente giuridico, sapere quindi chi abbia fatto il primo passo, tra Georgia e Federazione Russa: si sa però per certo che, il 17 Giugno 2008, peacekeepers russi vennero arrestati dalla polizia georgiana che aveva avuto informazioni che, nella Megrelia, essi avevano introdotto, senza i dovuti permessi georgiani, armi non consentite dagli accordi bilaterali.

Naturalmente tutto l’implesso del sistema regionale caucasico riguarda, per la Federazione Russa, anche l’assetto dell’Ucraina che, come la Georgia, secondo Mosca non deve in nessun caso essere integrata nella NATO. 

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Nagorno Karabakh, da www.osce.org

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Ossetia Meridionale, Settentrionale, Inguscetia, Cecenia Daghestan e Abkhazia, da www.generationaldynamics.com


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Area del peacekeeping sul confine abkhazo-georgiano, da www.da.mod.org.uk

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Cartina delle zone tra Abkhazia, Georgia e Russia con le relative dislocazioni fisse, da www.da.mod.org.uk

Per la “dottrina Primakov”, elaborata dall’omonimo Premier russo (già dirigente del KGB che si è sempre occupato di Medio Oriente ai tempi dell’URSS) la Federazione Russa doveva espandere la sua “sfera di influenza” nell’Eurasia Centrale, per equilibrare l’espansione della NATO ad Est e per determinare un controllo remoto del Mediterraneo dal Caucaso occidentale, che avrebbe generato una minaccia credibile alla NATO che si espandeva nelle vecchie aree del Patto di Varsavia.

Una linea che ripercorreva, in forme diverse, la geopolitica mediterranea e araba dell’URSS poco prima della sua caduta.

E, non a caso, questo meccanismo strategico si precisava con la gestione delle linee di passaggio del petrolio russo e centroasiatico nel momento in cui, allo scadere della guerra fredda, i mercati petroliferi dell’OPEC venivano determinati dagli effetti del jihad globale, una operazione di destabilizzazione globale che sostituiva, con forti elementi di novità e di maggiore distruttività, la vecchia logica delle “borghesie progressiste” e “nazionali” che avevano dominato, con qualche eccezione, la politica dei produttori arabi di idrocarburi.

Stalin iniziò la sua terribile e fortunata carriera politica come organizzatore degli operai dei campi petroliferi di Baku. Il nuovo potere russo, comandato dal nipote del cuoco privato di Lenin prima e di Stalin poi, vuole ritrovare l’egemonia imperiale (senza la quale non può esistere alcuna Russia, né comunista né altro) controllando non più le inaffidabili classi dirigenti dei Paesi “terzi” tra Europa e Russia, ma gestendo una piccola area di rispetto negli snodi di collegamento petrolifero per poi proiettare il suo potere in termini geoeconomici sulla UE prima, e probabilmente, in futuro, negli stessi USA e comunque nell’America Latina.

Il marxismo sovietico era una lettura tolemaica del potere russo: ora la nuova geopolitica di Mosca vuole “buscar el levante per l’occidente”, ovvero chiudere e controllare le sue aree geoeconomiche essenziali per esercitare una proiezione di potenza finanziaria e tecnologica, oltre che militare, in ambito globale.

Gli scontri del 7 Agosto scorso sono paralleli agli attentati all’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan) del 4, avvenuti nel segmento turco dell’oleodotto Baku-Ceyhan, organizzati dal PKK turco che li ha rivendicati e la Federazione Russa ha concentrato i suoi sforzi militari verso il porto georgiano di Poti, il che, per Mosca, significa che le instabilità regionali dell’area sono tali da non permettere l’assoluta sicurezza delle linee petrolifere, che coincide con la sicurezza della posizione geopolitica e militare della Federazione Russa attuale.

Ecco il motivo della particolare durezza delle reazioni militari russe, sia nei confronti della Georgia che, in un quadro futuro possibile, nei confronti dell’espansione di Tbilisi verso la valle del Pankisi e delle insorgenze in Nagorno Karabakh e Inguscezia, che Mosca non intende far ricollegare, in un contesto di assoluta vicinanza geografica e di comode comunicazioni, alla guerriglia cecena.

Di cui Mosca, si ha il sospetto, comprende bene le direttrici geopolitiche globali: una probabile mainmise di alcuni paesi arabi produttori di greggio, che vogliono danneggiare stabilmente il trasporto della commodity primaria russa, e di altre forze regionali a sud, che potrebbero essere interessate a bypassare l’area a controllo russo del Caucaso centrale per creare una “linea di continuità del jihad” che passi dal Pakistan all’Anatolia, attraversando le zone dell’India settentrionale.

E naturalmente è essenziale, in un contesto di crescente dipendenza della nuova Federazione Russa dal suo petrolio e dal gas naturale, la determinazione di linee di trasporto multiple e sicure, il che implica una dominanza strategica dell’area che non può ripercorrere gli attuali confini degli stati nella regione.

Il terrorismo può essere una risorsa per chiudere l’area all’Occidente e alla Russia insieme, che già ha il problema ancora irrisolto della rivolta cecena.

Secondo il FSB (la nuova siglia del Servizio Segreto russo) sarebbero già attivi 12 jihadisti stranieri in Dagestan, mentre sono state rilevate minacce di attentati contro le reti petrolifere in Azerbaigian e le trattative tra Baku e Teheran permettono, finora, un contenimento delle infiltrazioni del jihad nell’area.

Perché è questo il vero punto strategico della situazione, non le questioni su chi abbia iniziato prima tra Mosca e Tbilisi le ostilità o sull’indipendenza nazionale di questo o di quello Stato regionale.

Nessuno stato dell’area ha la possibilità di tutelare, da solo, le proprie linee di comunicazione e petrolifere. La presenza della NATO in Ucraina o in Georgia verrebbe letta dalla Federazione Russa in due modi: 1) come l’intromissione in una zona di immediato rispetto russo di forze che non hanno finora efficacemente compreso la natura del jihad e i suoi rapporti con gli equilibri petroliferi mondiali, 2) come la presenza di una Alleanza che vuole regionalizzare la Russia, farla diventare potenza di secondo livello, il che implicherebbe sia la perdita del Caucaso sia la impossibilità di controllare efficacemente le linee di passaggio del petrolio e gas naturale russo verso il mercato occidentale, quello che ha le maggiori necessità di approvvigionamento di idrocarburi. Il “Concetto Strategico” russo pone la espansione dell’economia al primo posto, e da ciò fa derivare la sua posizione nei confronti della NATO, che non dovrebbe attentare ai confini russi, evitare le scelte autonome non valutate in ambito ONU, collaborare con Mosca nell’ambito della lotta al jihad.

Quindi è evidente che non si tratta di “fare il tifo” per i piccoli georgiani contro l’Orso russo, ma di valutare l’eventuale presenza della NATO nel Caucaso e, soprattutto, impostarne la finalità.

Se l’Alleanza Atlantica vuole creare una struttura di continuità che vada dall’Anatolia verso le aree del Caucaso che, oggi e in futuro, saranno il teatro della maggior linea di trasporto di idrocarburi mondiale, che potrebbe rivaleggiare con gli Stretti di Hormuz controllati dall’Iran, allora questo deve essere chiarito alla Federazione Russa, che dovrebbe comprendere che la sopravvivenza economica dell’Occidente è appunto una questione essenziale per la NATO.

Se invece si tratta di monitorare la Federazione Russa nel Caucaso, allora o si vince autonomamente la lotta contro il jihad e si ha una politica di forza credibile contro l’Iran nucleare e i suoi alleati, oppure, con l’isolamento di Mosca in questo contesto, seghiamo il ramo sul quale siamo seduti.

Se invece immaginiamo una collaborazione con la Russia per la sicurezza delle linee petrolifere e gasiere, possiamo giocare questa carta per aumentare la pressione su Teheran, che allora non sarà più geopoliticamente così interessante per Mosca.

Se la NATO poi dovesse acquisire la Georgia e l’Ucraina, è possibile che l’Alleanza cambi la sua natura, e in futuro le sue funzioni.

La NATO è stata credibile, durante la guerra fredda, perché rappresentava, con le sue manifestazioni operative e le evoluzioni della sua dottrina (dalla Dottrina Truman fino alla “Risposta Flessibile”) l’efficacia politica della clausola contenuta nell’art.5, ovvero l’immediato azionamento di tutti i Paesi alleati contro l’aggressione portata ad uno solo di essi.

Ma se la NATO si diluisce fino a raggiungere l’Oceano Indiano, si potrà “morire per Tbilisi”? O magari inviare truppe per tenere i confini meridionali del Tibet?

E’ poco probabile. Potrebbe essere possibile questa operatività in fase di massimo allargamento dell’Alleanza Atlantica, se tutto si riducesse all’invio di missioni di peacekeeping.

Ma la dottrina del peacekeeping funziona, se funziona (e finora ha funzionato male in Kosovo e il Libano, per esempio) quando i conflitti regionali sono periferici e non intersecano interessi globali e vitali: il Kosovo è il caso di specie. E quando si sostiene la pericolosa dottrina della “dissociazione” che ha portato, dal 1991 in poi, alla sporulazione di tutti i Balcani creando instabilità permanente, stati-mafia e stati dipendenti strutturalmente dagli aiuti EU e Occidentali, infiltrazioni rilevantissime di interessi arabi e di movimenti jihadisti.

Se invece di puntare alla distruzione della “cattiva” Serbia si fosse iniziato un processo di trasformazione politica democratica che non etnicizzava ulteriormente i Balcani, avremmo avuto una antemurale contro il jihad a sud e contro il nuovo espansionismo russo ad est.

Oggi queste operazioni, già difficili e lunghissime nei Balcani, sarebbero impossibili in aree meno periferiche dal punto di vista geoeconomico.

Stiamo andando verso un nuovo modello di guerra asimmetrica che non prevede l’utilità del congelamento sine die delle tensioni, caratteristico del peacekeeping classico.

Le nuove guerre saranno lunghe, con un continuo interscambio tra guerriglia e operazioni classiche, e in cui la dimensione politica dello scontro potrà divenire essenziale. Dalla clausewitziana “politica con altri mezzi”, potremo passare alla “guerra con altri mezzi”, e tutte le operazioni dovranno essere centralizzate e programmate, dalla disinformazione alla gestione delle risorse e alle nuove forme di Comando-Controllo che riguarderanno anche le popolazioni civili.

Ed in questo contesto la Federazione Russa ci può servire ancora, salvo chiarire fin dall’inizio il dare e l’avere. Ce ne andiamo dalla Georgia se Mosca sostiene credibilmente una pressione su Teheran, congeliamo l’entrata della Ucraina nella NATO se la Russia collabora con noi in Afghanistan e in Pakistan.

Si potrebbe pensare, a questo proposito, ad un nucleo tecnico NATO-Russia per il Fianco Sud dell’Alleanza, che gestisse le collaborazioni possibili e le eventuali azioni di risposta ad una defezione di Mosca rispetto ai patti sottoscritti.

Una debolezza russa nel Caucaso potrebbe determinare una maggiore pressione degli Stati baltici sul Mare del Nord russo, e via di seguito.

Il problema infine è quello di creare, per usare una vecchia formula di Helmut Sonnenfeldt un decoupling strategico tra la Federazione Russa e i nemici dell’UE e della NATO: l’implesso Iran-Siria, il jihad globale, le insorgenze regionali nell’arco che va dalla Turchia fino al confine cinese. Qui si potrà trattare, qui si dovrebbe trattare con Mosca fin da oggi.

(Marco Giaconi)



 



Ultimo aggiornamento ( luned́ 29 settembre 2008 )