| Vecchia e nuova guerra fredda |
| Scritto da Marco Giaconi | |
| venerd́ 22 agosto 2008 | |
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Fu una tendenza alla sola guerriglia rossa che i sovietici e i comunisti italiani, francesi e spagnoli invece repressero duramente nelle loro aree, perché nel Continente occorreva penetrare le istituzioni attraverso il mito resistenziale, mentre in Turchia e in Grecia la “borghesia nazionale” era debole e i comunisti potevano gestire da soli l’insurrezione armata per andare direttamente al potere. Le uniche eccezioni in Italia furono i confini Nord-Est e l’Emilia, le aree strategiche dalle quali sarebbe passata da terra l’Armata Rossa, negli anni successivi, per distruggere e separare dall’Europa Centrale “renana” il Fianco Sud dell’Alleanza Atlantica. Ma la logica delle “borghesie nazionali” esiste, sia pure in forma diversa, perfino nella penetrazione sovietica dell’est continentale europeo. La “guerra fredda” terrestre nasce quindi, da parte sovietica, da due modi diversi di penetrare l’Occidente gestendo gli effetti politici della Resistenza al nazifascismo. E la rottura definitiva tra Est e Ovest si ha proprio nella gestione della crisi iraniana, nella quale Stalin utilizza gli Armeni come sua longa manus per permettere alla Russia Sovietica il raggiungimento del sogno di Pietro il Grande e di Alessandro II: il controllo dei Mari caldi e dei passaggi verso il Mediterraneo, e la mainmise russa sugli stretti di Hormuz e sul Golfo Persico. Chiusura ad Est, per l’Europa Occidentale, dal mare, e chiusura ad ovest, per evitare la continuità strategica verso l’Atlantico con gli USA, unica soluzione allo strapotere geopolitico sovietico in Europa: occorre leggere gli effetti della Guerra di Spagna e del regime franchista in Europa e le contromosse dell’URSS, per ragionare sulla prima “guerra fredda”. Se Stalin avesse vinto in Spagna, l’Europa sarebbe diventata fin dagli anni ‘30 un’appendice dello Hearthland asiatico dominato dall’URSS. A sud, l’Unione Sovietica nell’immediato secondo dopoguerra unisce l’egemonia sul Mediterraneo occidentale e la proiezione di potenza verso il suo far east a comprimere l’allora debole Cina e a infeudare la sottosviluppata, allora, India. Il giuoco su due fronti che non riesce alla Germania di Hitler non può non riuscire, date le sue dimensioni, alla Russia comunista. Il sogno di Kim Philby (che parteciperà, ormai vecchio e svagato, alle riunioni dell’”Istituto Andropov” che prepareranno la perestrojka) e dei suoi “cinque di Cambridge” che nell’intelligence britannica lavorano per Stalin è, tutto sommato, coerente con il vecchio progetto britannico di depotenziare l’Europa Continentale, trattare direttamente con Mosca e cedere l’India ad una potenza “amica”. Le logiche imperiali si trasformano, come l’energia, ma non si annullano. Est e Ovest uniti sotto Mosca, la Terza Roma che realizza il suo Imperium, ancorché comunista. L’URSS stabilizza poi il suo rapporto con la NATO, negli anni ’60 e ’70, attraverso due operazioni: l’accesso alla guerra non ortodossa da parte di formazioni politico-militari legate alla tradizione e agli apparati, nazionali o internazionali, del PCUS, e la selezione dei punti caldi in Medio Oriente per dissociare l’Europa e la NATO dalle sue rotte di rifornimento del petrolio e destrutturate il suo Fianco Sud.
La mappa mostrata dal Premier polacco Sikorsky nel Novembre 2005 sulle operazioni nucleari di attacco alla NATO da parte del Patto di Varsavia, una mappa datata 1979. da www.varifrank.com. L’invasione terrestre dell’Europa Occidentale porterebbe ad una distruzione di risorse eccessiva, che l’URSS non può accettare, a meno di non poter più avere reti di guerra non ortodossa all’interno dei Paesi NATO. E il massimo di tensione serve a mantenere il controllo sui Paesi del Patto di Varsavia che forniscono il surplus di risorse che serve a mantenere lo squilibrio tra economia improduttiva e spese militari imperiali. Se invade l’Europa ( e i piani terrestri sovietici verranno aggiornati fino al 1991) l’URSS vuole acquisire tecnologie e forza-lavoro aggiuntiva che la sua economia non gli permette di ricostruire. L’URSS è un impero del “modo di produzione asiatico”, che esaurisce le sue risorse e non riesce a creare surplus, ed ha bisogno di espandersi per sopravvivere. Quindi la partita centrale sovietica negli anni ’70 è ancora nei “mari caldi”, ma per interposta persona, come sono interposte persone i gruppi terroristi occidentali, che peraltro vengono all’inizio addestrati spesso proprio dalle organizzazioni mediorientali sostenute da Mosca. La forza di Israele e la capacità degli USA, all’epoca, di leggere il quadrante mediorientale in continuità con quello NATO ed europeo non permettono all’URSS il pieno sfruttamento di questo asset strategico nel Mediterraneo meridionale e nel Golfo Persico. Lo stallo della guerra fredda non deriva però dalla rimeditazione di questo modello geopolitico, da parte dell’URSS brezneviana, che invece si sposta verso l’Afghanistan, che sarà la sua tomba, per chiudere dall’Asia Centrale quei “mari caldi” orientali che non può più penetrare direttamente. Non è un caso, infatti, che il KGB fosse contrario all’invasione dell’Afghanistan, che era invece sostenuta dalla “cricca affaristica”, per usare il gergo dei palazzi moscoviti, che girava intorno ai boiardi del partito e alla famiglia Breznev. A ciò si aggiunge, poi, la crisi strutturale dell’economia sovietica, che trasforma i costi militari in un vero e proprio blocco allo sviluppo, mentre l’economia mondiale sta lentamente crescendo e internazionalizzandosi. L’URSS finisce perché, detto brutalmente, la parte migliore dell’élite sovietica sa che non può più tenere né militarmente né economicamente il suo impero, né sostenere le spese necessarie alla ricostruzione tecnologica delle FF.AA. USA e NATO, che si stanno trasformando con le costose tecnologie informatiche e spaziali e che non accettano più la “logica della paura”. L’URSS ha cominciato a scricchiolare definitivamente quando l’Europa ha vinto la “battaglia degli euromissili”, come la chiamò François Fejtö in un suo fortunato volume. Poster sovietico sulla “Guerra fredda”, Maggio 1963 Ma qual’era la logica con la quale la parte migliore della dirigenza sovietica, e in particolare il Primo Direttorato Centrale del KGB, l’”Istituto Andropov” e gli altri centri di ricerca legati all’intelligence sovietica prospettavano il loro golpe contro la maggior parte del PCUS e delle FF.AA.? Capiamo meglio l’operazione se la compariamo con gli altri “regime change” che avvengono in quegli anni: l’Italia di Tangentopoli, la Spagna che passa dal PSOE alla serie di governi del Partido Popular, la fine del mitterandismo in Francia. In URSS si crea, ad arte, una rete di movimenti “di base”, e la vecchia classe dirigente viene prima disattivata, poi resa minoranza, poi infine costretta ad uscire di scena o addirittura ad emigrare. Gli assassinii, che pure ci sono stati, non servono più, sono pericolosi e politicamente incontrollabili, oggi i golpe sono mediatici e gestiti con movimenti di massa, non con operazioni di corridoio. La Federazione Russa, anche dopo il tentato e stranissimo golpe del 18-22 Agosto 1991, quando le forze Alpha del KGB si rifiutano di obbedire agli ordini dei golpisti (fra i quali siede lo stesso direttore del Servizio) esporta quindi i suoi capitali legali e illegali, esporta o elimina la classe dirigente che li detiene, e si adatta alla globalizzazione dei mercati prima possibile, prima che gli altri paesi la emarginino, e si apre all’Occidente facendogli fare liberamente quello che prima l’Occidente sarebbe stato costretto brutalmente a fare dopo la sua invasione da Est: sostenere e rilanciare l’economia sovietica. Il problema non è l’affermazione della democrazia nella Russia postsovietica, il problema vero, per il gruppo della riserva attiva del KGB che predispone il regime change mediatico e di massa, è che la Russia deve evitare il fallimento previsto, orwellianamente, per il 1984 da Andrei Amalrik. La democrazia che arriva nella Russia postsovietica è la democrazia che serve all’economia e alla sopravvivenza dello Stato, non è l’economia libera che serve alla democrazia rappresentativa, peraltro estranea alla tradizione russa fin dal tempo dell’Orda d’Oro mongola che nel 1240 espugna Kiev, sede originaria della Rus’ comunitaria degli slavi che sono emigrati dal nord (ancora la direzione tipica dell’Imperium russo, a sud) e che perfino Aleksander Nevsky, duca di Novgorod, riconosce come potere sovrano. Quindi, per la Russia di Vladimir Vladimirovic Putin si tratta di: a) “tenere l’Impero”, dato che la Russia o è imperiale o non è, b) utilizzare la globalizzazione per riportare la Russia ad essere potenza mondiale e non, come erroneamente ritennero gli USA dopo il 1989, una grande area che può essere ridotta a potenza di medio livello, sostenendo lo sviluppo economico-militare cinese; c) ricollegare la Russia postcomunista ad un “grande gioco” orientale le cui pedine sono la “Shangai Cooperation Organization” che lega Russia, i Paesi dell’Asia Centrale, la Cina e tra poco Iran e India, l’area del Golfo Persico, la Siberia orientale, prossima zona di estrazione di petrolio, gas e materie prime rare, fino al Pacifico Centrale, in accordo o meno con il Giappone dopo la composizione della tensione sulle isole Spratly, e infine la grande massa Artica, la cui appartenenza alla landmass russo-altaica fu dimostrata dal Principe anarchico Kropotkin, brillante geografo prima di diventare rivoluzionario di professione. Quindi, la “guerra fredda” non ci sarà perché la Russia, disattivato lo scontro con l’Europa Occidentale, vuole costruire il suo nuovo futuro imperiale tra l’Asia Centrale e l’Oriente sino-mongolo, le aree di massima disponibilità per quelle materie prime che determineranno l’economia futura, e i mercati in formazione dell’Est e dell’Asia che potranno acquistare i beni dell’Occidente, o fornirgli i capitali per sopravvivere. La correlazione strategica ottimale per la Russia in questi assi è la finalità del potere putiniano, che sarà democratico-rappresentativo per coinvolgere l’Occidente, non per imitarlo in quella che, secondo molti analisti russi contemporanei, è una spirale di autodistruzione: il rifiuto della “proiezione di potenza” a favore della propaganda dei “diritti umani”, il rifiuto dello scontro militare a favore del peacekeeping, il continuo sostegno occidentale alla sporulazione di microstati, aree autonome regionali, stati-cuscinetto. La Federazione Russa non capisce questa spirale autodistruttiva e noi, francamente, non sappiamo dargli torto. Sul piano dei rapporti con l’Europa Continentale, l’ideologia della Russia contemporanea sembra quella di modellare un concetto di “Eurasia” che rappresenti una continuità geopolitica e strategica tra Est e Ovest, una ideologia che, nella formulazione di Alexander Dugin sembra ripetere, in termini nuovi, la vecchia tradizione della “Mitteleuropa autonoma”, una invenzione degli anni ’80 che proveniva dal solito “Istituto Andropov” e ben amplificata da molti, sedicenti o meno, intellettuali europei. Quindi, cosa fare con la Federazione Russa, dopo la guerra di Agosto in Georgia e Ossetia del Sud? Le nostre proposte sono:
Se la Federazione Russa, che non ha dimenticato Machiavelli per rifugiarsi nel russovismo ideologico di questi tempi, capisce che esiste un “profeta armato” a Bruxelles e a Washington D.C., allora la frattura causata dalla guerra in Georgia e Ossetia potrà essere non solo rimarginata, ma portare ad una collaborazione strutturale, contro il jihad e contro le aree instabili del Medio Oriente, tra l’Occidente e Mosca. |
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| Ultimo aggiornamento ( venerd́ 28 novembre 2008 ) |